/Un Uomo Tranquillo: la recensione del nuovo film con Liam Neeson

Un Uomo Tranquillo: la recensione del nuovo film con Liam Neeson

Che vi piaccia o meno il cinema di genere, con tutti i relativi sottofiloni, impossibile non apprezzare – da esperti e non – un attore come Liam Neeson, e difficile non inchinarsi dinanzi a Un Uomo Tranquillo, schizofrenico e istrionico al punto giusto, che brilla come un colpo di pistola nel buio.
Intorno a lui una valanga di personaggi tarantiniani ritagliati ad arte dal regista norvegese Hans Petter Molland: il film, remake della commedia nera del 2014 In Ordine di Sparizione (diretta dallo stesso Molland che, come Michael Haneke, Takashi Shimizu e Robert Rodriguez prima di lui, va negli Stati Uniti per rifare lo stesso film girato in patria, ma con un budget più elevato), è un tripudio di demenza esagerata mista a puro cinema di genere, un mix che non può che fare la fortuna dei fan dei film di serie b. Se siete fra coloro che amano il filone composto dalle tante e diverse derivazioni nate da quel capolavoro del 1994 chiamato Pulp Fiction, oltre a recuperare il già bellissimo In Ordine di Sparizione questo Un Uomo Tranquillo proprio non potete perderlo.

Un Uomo (non proprio) Tranquillo

Già dal titolo questo remake mette in tavola le sue carte, che rivelano quell’ironia sottile e quel senso di rovesciamento del cliché tipico del racconto cinematografico post-moderno. Tra cadaveri trascinati attraverso tutta l’inquadratura, medici legali impacciati e carrelli elevatori particolarmente lenti, Molland sfida di continuo le regole dello storytelling convenzionale, piegandole secondo la proprie ed enfatizzando il senso di spettacolo: quando guardiamo un film di Tarantino l’immagine – e i personaggi, dal loro modo di parlare – ci ricordano di continuo che stiamo effettivamente guardando un film, che siamo al cinema, e che il cinema non deve necessariamente confrontarsi e/o imitare la realtà; può modificarla, può esagerarla, può estremizzarla.
Ed è esattamente quello che fa Molland, accodandosi ai tanti imitatori del regista de Le Iene (Guy Ritchie, Robert Rodriguez, Martin McDonagh, Shane Black, solo per citarne alcuni) ma trovando una sua voce, servendosi di un luogo geografico e di un roster di personaggi molto diversi dagli archetipi del genere. Questa volta c’è sì il noir, c’è sì il gangster, ma tutto viene spostato a nord, nella neve delle Rocky Mountains, lontano dalle atmosfere urbane delle metropoli e dai malavitosi di periferia, aprendosi di conseguenza a situazioni e a un sottobosco criminale completamente atipici rispetto a quelli cui siamo abituati.
Un Uomo Tranquillo racconta la storia di Nels Coxman (Neeson), una persona semplice, fiera di essere il diligente cittadino di una tranquilla ma ricca città nel Colorado, sede di un’importante e famosissima stazione sciistica. Orgoglioso spazzaneve incaricato di tenere le strade pulite, all’inizio del film Nels viene addirittura premiato come Cittadino del Mese.

Ma il vento che gonfia le vele della sua vita si interrompe improvvisamente quando suo figlio viene ucciso da un potente boss della droga locale soprannominato il Vichingo (Tom Bateman). Alimentato dal bisogno di vendetta e armato con l’artiglieria pesante (incluso il suo spazzaneve), questo improbabile anti-eroe si propone di smantellare il cartello del “villain” con estrema precisione, partendo dallo sgherro che in prima persona ha messo fine alla vita del suo ragazzo, fino ad arrivare all’ultimo anello della catena alimentare.

La vendetta è un piatto che va servito freddo

Così recitava “l’antico proverbio Klingon” col quale ironicamente Tarantino apriva Kill Bill volume 1, “La vendetta è un piatto che va servito freddo”, al quale però Molland conferisce una compiutezza letterale. Lo stesso fa Nels, che arrotola una ad una le sue vittime nelle reti per pesci prima di gettarle nelle cascate, così che trote e salmoni possano spolparle per bene e impedirgli di tornare a galla. Un Uomo Tranquillo non vuole mettersi in competizione col nuovo filone mutuato dagli anni ’70 (leggi: Il Giustiziere della Notte) con protagonista l’uomo di mezza età mosso da scopi vendicativi, del quale Liam Neeson, grazie alla saga di Taken, nel secolo corrente è diventato il portabandiera, non piega il proprio impianto filmico alle coreografie dell’action ma lo modella su altri elementi, non ultimo una scrittura invidiabile. Sembra che ogni scena venga prolungata oltre il canonico stop! delle cineprese, con gli attori che, chiamati a improvvisare, danno vita a siparietti ironici e/o brutali che il cinema classico tende ad evitare.
Lo script poi è densissimo, salta di personaggio in personaggio come se avesse decine di vicende da raccontare su ognuno di questi “casi umani” al centro della narrazione, con Neeson che da protagonista iniziale diventa la tessera più in vista di un puzzle ben più ampio e complesso, che rimanda alle atmosfere del Fargo televisivo: gangster omosessuali, boss con problemi familiari, figli incompresi, capi indiani, poliziotti scansafatiche, o diligenti, o arrapati, ex mogli furiose, altre petulanti ma affettuose, maestri del sesso (o delle strategie per ottenere il sesso); ogni membro di questo strano, complesso, larghissimo e altrettanto articolato sottobosco criminale di Denver e dintorni potrebbe benissimo essere il protagonista di un proprio film stand-alone, per quanto una trovata, una frase, un gesto riesca a descriverlo perfettamente e in modo chiaro.
È un film di violenza e di salotto, di vita professionale e privata, di come la prima influisca sulla seconda: chiunque, dal protagonista all’antagonista passando per tutti quelli che li tengono separati, a fine giornata si ritrovano a dover fare i conti col sangue che hanno versato. È una maniera molto sofisticata di trattare un argomento così interessante, svecchiandolo del pesante senso di “già visto” che avrebbe potuto portarsi appresso.